Cesare "Cesarino" Gallinari
Un amore sviscerato per il suo Venezia
Cesare Gallinari, detto Tizzo, ma per i veneziani Cesarino, per il fisico mingherlino, ma forte come un canapo, apparteneva a una famiglia storica del Rione, i Gallinari, gente della Tura che prima della guerra gestivano il “Gran Bar”, com’era chiamato da tutti con la proverbiale vena ironica, situato accanto allo stabile dove abitavano Attao, la Ciucia, Filea, Narcisa la madre e tutte le sorelle, Artemisia e la Pampanina, moglie del Bitossi. Era Cesare, il nonno del nostro Tizzo, il capo famiglia che, come tutti o quasi all’epoca, si era iscritto al “fascio”: doveva pur salvare il suo commercio e tenere a bada “Oscare” Gallinari, che hai fascisti ne cantava a tutto spiano e apertamente, mettendo in pericolo l’intera famiglia.
Cesare non era fascista, anzi odiava quei boriosi prepotenti in divisa; andava alle adunate, passava per un fedelissimo, ma intanto da lui si rifugiavano tutti gli antifascisti del Rione: anarchici, socialisti, comunisti, ricercati o addirittura qualche fuggiasco dal confino in transito per imbarcarsi su qualche nave diretta in Corsica. Lo sapevano tutti che Cesare, tra uno sbuffo della macchina da caffè e un vassoio di ponci per “quelli di fori”, i suoi vicini che erano abituati a consumare la bevanda preferita a sedere sulle sedie impagliate fuori dall’uscio di casa, era nemico del regime, ma nessuno si sognava di andarlo a raccontare per quella tacita solidarietà che ha sempre distinto i veneziani, ma anche i livornesi in genere.
Il nipote Cesarino, era nato in questo ambiente e nel crescere, aveva incamerato nel suo cuore un amore “sviscerato”, come si dice da noi, per la sua Venezia. Otellino conosceva tutti i Gallinari; da bambino e ragazzino gironzolava sempre intorno al “Gran Bar”, che nella sua mente aveva assunto una dimensione come quella perfettamente tratteggiata da Federico Fellini in Amarcord. Con Tizzo ha mantenuto per tutta la vita un rapporto d’affetto profondo, com’è accaduto per Gigi e gli uomini della Cantina. Questo amore per il Rione e per tutto quello che rappresentava, lo convinse, dopo essere entrato in “Compagnia”, a frequentare quella che Lina Savi chiamava “La Nautica” e ne divenne uno dei più accaniti e onnipresenti sostenitori.
Un amore, quello di Cesarino che, seppure sposato con Pia e molto unito ai figli, gli aveva fatto trascorrere gli anni della sua vita alla Tura, luogo dove poteva anche far riemergere i suoi ricordi di una Venezia che, penetrata nell’anima sua, continuava a esistere, come accade a tutti i veneziani doc. Per puro spirito di sacrificio, come si è visto in queste pagine, Cesarino fece anche il timoniere dell’Andrea Sgarallino, lui che non avrebbe mai voluto “apparire” per la modestia che lo ha sempre contraddistinto. Alle feste il suo posto a tavola, accanto a Pia, era sempre quello vicino alla porta della Cantina, come se temesse gliela rubassero.
Era una persona di rara onestà, pronto alla commozione, capace di intervenire laddove c’era una lite a fare da paciere. Carattere davvero mite, ma nessuno doveva “toccargli” la sua Venezia, la sua Cantina, il suo gozzo, perché diventava “una belva”, come siamo abituati a dire. La sua vita Cesarino l’ha dedicata davvero al suo amore più grande e l’amicizia e il rispetto di cui godeva si sono espressi quando se n’è andato silenziosamente. Nessuno, fino a quando la Cantina della Tura rimarrà in piedi, dimenticherà Cesarino, per il semplice motivo che è entrato nella storia e nella leggenda del Rione, della Cantina e del gozzo.
Tratto dal libro “ La Venezia e le gloriose imprese della Cantina e del gozzo” di Luigi Suardi e Otello Chelli